Passo Mendola
TN - Italy
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ORARIO / HOURS
11.00-18.00
Lunedi chiuso / Monday closed
EXHIBITIONS - EVENTS
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L’ECO DI UNA LONTANANZA
EXHIBITION
1 L’ECO DI UNA LONTANANZA
Federico Seppi
Mostra a cura di Nicolò Faccenda
Sabato 20 giugno ore 18.00
Opening
PASSO MENDOLA (TN)
La mostra sarà visitabile dal 21 giugno al 10 ottobre 2026.
Orari di apertura
11.00 - 18.00
Lunedì chiuso
Esiste un’arte rappresentativa che non si limita a imitare
le cose del mondo, a selezionarne porzioni esteticamente
ritenute già di per sé rilevanti, a trascenderne la contemplazione in una pura idealità di bellezza (astratta, è il caso
di dire) o a piegarne la resa a un sovraccarico espressivo.
Esiste un impulso imitativo profondo, mosso da indefessa
curiosità e rinnovato stupore – il che si può riscontrare,
nei precedenti storici, dall’attitudine al naturale di Leo-
nardo sino a certo naturamortismo empirista olandese del
Seicento –, che ambisce a conoscere il proprio soggetto
nel momento stesso del suo dipanarsi in pratica operativa.
Essa funziona, sul piano estetico, al pari di una disamina
clinica o di un esperimento laboratoriale, ma senza mai
perdere la specificità di una riprova quintessenzialmente
sensoriale. Per l’appunto, estetica. In quest’ultimo caso, la
pratica rappresentativa si fa strumento empirico di presa
attentiva del soggetto isolato e prescelto, nell’auspicio di
dischiuderne, nel trasferimento in immagine, le regole che
sorreggono l’immediato della prima cattura visiva. Nella
traduzione immaginaria e linguistica, lo scienziato cede il
passo all’artista.
Exhibition view - ph Daniele Fiorentino
Il soggetto di Federico Seppi risiede nella natura e, nella
fattispecie, in una miriade di vedute e micro-saggi dell’ecosistema glaciale. La sua posta poetica primaria si sintonizza
con la meraviglia innescata
dall’incontro ora con la maestosità del
ghiacciaio, ora con la sua commovente
fragilità, inseguita nei risvolti più minu-
ti delle sue componenti. Il senso atmosferico del paesaggio, che addensa la
percezione nebulosa del costante divenire del ciclo delle acque, si interrompe
per lasciare spazio a una micro-analisi
che seziona e focalizza piccole estrazioni, veri e propri carotaggi, dove la visione si eclissa nell’infinitesimale contatto con le unità minime dell’ecosistema.
Se Seppi dunque opera mimeticamente, la sua accezione
del principio dell’“ars imitatur naturam” non si dispie-
ga nella mera riproposizione degli elementi naturali per
come appaiono, ma cerca piuttosto di infondere al suo
processo l’andamento temporale, dinamico e metamorfico
delle leggi di crescita (ed entropia) del suo referente prediletto. Poiché il ghiacciaio è entità viva, scandito dalla
stagionalità del ciclo delle acque (dalla neve al ghiaccio,
dalla fusione all’evaporazione, dalla rugiada all’erosione
geologica) il concetto di una continua trasformazione è
necessariamente motore e tensione ideale della sua ricerca.
Il pendolo oscilla, a tal riguardo, tra un mimetismo rappresentativo che sfocia, ad esempio, in atmosfera (l’hic et
nunc dell’esperienza irripetibile) o in astrazione (l’individuazione di forme e pattern geometrici, estratti e astratti per sé o in successione) e un mimetismo processuale. Da un lato l’abbrivio è individuato in quella che si potrebbe definire natura naturata, il fenomeno per come appare al momento, ma esaminato e ingigantito
come osservato attraverso le lenti di un microscopio in
grado di rendere presente, quasi soggetto nel senso proprio
del termine, l’elemento isolato. Dall’altro, una natura naturans, una processualità metamorfica attivata da materia
chimicamente o fenomenologicamente responsiva, sino al
punto-limite di una perdita delle stesse coordinate del referente iniziale.
Il secondo approccio, come anticipato, si delinea in rap-
porto a due fattispecie. In primo luogo, si tratta di una
processualità intrinseca alle materie pigmentali impiegate, in virtù della reattività chimica dei metalli adagiati su
superfici bidimensionali. Prendono forma paesaggi “vivi”,
il cui cromatismo, dato dalla foglia d’argento o di rame,
muta in risposta al processo di ossidazione, almeno sino
a quando l’artista non decide di consolidarne un esito ap-
ponendo una vernice schermante: tale possibilità talvolta
e consapevolmente non viene percorsa e l’opera può continuare il suo corso. Una seconda modalità si lega a un
ricircolo fenomenologico che vede l’opera variabile di una
funzione che ricomprende tra le sue coordinate significanti
elementi esteriori, quali le condizioni di luce, il contesto
di collocazione e il punto di visione. È il caso delle superfici riflettenti – estensioni quadrangolari in rapporto di scala con il corpo umano e talvolta architettonicamente
auto-portanti – che portano nella verticalità della parete un segmento cangiante e sinuoso di ghiaccio ancorato
(formazione che si consolida sotto il fluire dell’acqua) o
di nivalis (alga unicellulare che pigmenta la superficie dei
ghiacci d’alta quota cagionando il fenomeno della “neve
rossa”).
Exhibition view - ph Daniele Fiorentino
Quando questo dinamismo internamente o esternamente
metamorfico viene interrotto, ciò avviene in funzione di un
affondo netto nella micro-fisica degli elementi, portando a
emersione un dettaglio minimo, che viene come sospeso e
su cui l’artista catalizza un inatteso portato attentivo. La
goccia, condensandosi nel punto di rugiada, allungandosi
e infine ricomponendosi in sfera una volta assecondata la
forza di gravità, acquista dimensioni inaudite. Inciampo
spaziale, imprime all’osservazione una svolta irresistibilmente straniante, prefigurando un incontro, ora immancabile, con la micro-bellezza di un reale pressoché invisibile.
La propagazione concentrica di una goccia che cade su
una superficie liquida si configura come pattern geometrico espansivo. Tale progressione è condotta dall’artista
da un piano interno a un raddoppiamento di senso nello
sviluppo di moduli che si propagano in duplice direzione:
all’interno della singola unità e nell’accostamento paratattico di esiti che rispondono singolarmente al medesimo
input formativo, ma che si susseguono metonimicamente
con un andamento additivo. Il dato naturale risuona e al
contempo si disperde in una dinamica ormai pressoché totalmente astratta, in opere che ora mimano il geometrismo
micro-biologico di una sequenza genomica (nel paradosso
di un’espansione oltre la scala umana), ora astraggono l’atmosfera che si dispiega dall’ecosistema glaciale in opere
pittoriche che trascendono il soggetto, sino a una traslucida superficie dal candore diffuso.
Sulla scorta di un gigantismo inaudito, una progressività sequenziale aperta o un significato irriducibile al dato
iniziale, questi ultimi lavori assumono una sorta di assertività primaria, come al momento di contatto originario
con un’entità ancora sconosciuta, che si apre, in una sorta
di spiazzante prima volta, al dialogo. Lo scarto impresso da Seppi alla rappresentazione del naturale assume in
tal senso una funzione non solo consapevolizzante – tutto
ciò nasce da un’osservazione focalizzata e curiosa, in ogni caso delicata, quasi devota, del reale –, ma riesuma quel
senso sorgivo di stupore considerato come stadio di apertura riflessiva al mondo. Da questa rinnovata meraviglia –
da sempre momento primo dell’interrogazione, sia essa di
ordine spirituale o filosofico –, si dipartono due possibili
sviluppi meta-interpretativi. Da un lato, risulta evidente la
possibilità di leggere nell’intenzionalità che muove l’artista
una sensibilità nei confronti delle minacce poste dal contesto antropocenico in cui ecosistemi maestosi e al contempo
fragili come quelli glaciali sono esposti al rischio di un’irreversibile sparizione. Dall’altro, seppure da riconoscersi
come componente irrinunciabile del suo sguardo, il lavoro
di Seppi non si limita a tale prospettiva. Infatti, esuberandone le coordinate retoriche, in quel movimento volto al
contatto, in quella sintonia con il processo, in quel senso
di assorbimento micro/macro-attentivo, talvolta ripetuto
e condotto a vera e propria ossessività operativa, l’artista
pare ancora una volta oscillare, questa volta tra una doppia concezione del termine “simulacro”. Se il tentativo di
recuperare un senso auratico e quasi metafisico, quell’“eco di una lontananza”, quella sacralità laica della bellezza
naturale, ricercata sin nei rivoli più effimeri e inconsistenti,
ne costituisce una prima declinazione, la seconda assume
il senso, epocale, di una “nostalgia anticipata”. A fronte
di tale percepita discronia – un futuro forse già irrimediabilmente consequenziale all’inerzia dell’oggi –, si profila la necessità dell’attivazione perpetua di
un’esperienza resa possibile da e forse esclusivamente demandata a ciò che rischia di divenire, letteralmente, copia senza originale.
NF
Exhibition view - ph Daniele Fiorentino